Una cena a casa con amici: gli home restaurant

22 Jun

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Colazioni, pranzi e cene tradizionali, etnici, vegetariani e vegan. Eventi a tema, conditi da accompagnamenti musicali, spettacoli e tour storico-culturali nei dintorni. Moltissime varianti creative ma un solo comune denominatore: una tavolata tra amici per gustare un pasto casalingo coi fiocchi preparato con ingredienti naturali, spesso a km0, a costi inferiori a quelli di un normale ristorante. Poteva un’idea così non prendere piede anche in Italia, dove da sempre la buona cucina fa rima con la convivialità?

social_eating

Complice la necessità di salvaguardare il portafoglio e la voglia di riscoprire i piatti della tradizione, il fenomeno del social eating, o dell’home restaurant se preferite, si sta espandendo a macchia d’olio anche nel nostro Paese, con quel tipico ritardo tutto italiano. E mentre i siti che mettono in contatto clienti e provetti chef casalinghi continuano a spuntare come funghi – Gnammo  portale più grande, con oltre 90.000 “gnammer” e quasi 3000 cuochi all’attivo – arriva sul più bello lo stop del Ministero dello Sviluppo Economico, chiamato a pronunciarsi sulla spinosa questione sollevata da Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) e Confcommercio: protetti da un vuoto legislativo, altra peculiarità molto italiana, i ristoranti casalinghi fanno concorrenza sleale a quelli tradizionali, togliendo ulteriore ossigeno a una categoria già profondamente provata.

gnammo_home restaurant

Lo scorso 10 aprile ecco perciò arrivare la sentenza: gli home restaurant sono a tutti gli effetti dei ristoranti e come tali assoggettabili alla medesima normativa che regola la ristorazione tradizionale. Tradotto in parole povere, una marea di burocrazia e un fiume di tasse. E, di conseguenza, il confinamento di tutti i ristoranti privati entro gli scoraggianti margini di una semi-illegalità, dai quali si salverebbero solo le associazioni culturali.

Come sempre le campane sono due e se da una parte si parla di concorrenza sleale dall’altra si sottolineano le differenze sostanziali tra le due attività, perché cucinare a casa propria per pochi invitati chiedendo in cambio poco più che un rimborso spese non può di certo essere messo sullo stesso piano fiscale e sanitario di una ristorazione vera e propria.

home_restaurant_sicily

Per opporsi a un parere che rischia di apparire iniquo quanto la situazione che gli ha dato origine, un centinaio di ristoratori casalinghi si è riunito nell’associazione HomeRestaurantItalia, dando vita a una protesta che presto ha allargato le maglie all’interno del mondo social raccogliendo l’interesse anche di Change.org (qui la petizione). Quello che si chiede è molto semplice: colmare il vuoto legislativo che vige in materia approvando il prima possibile un disegno di legge che giace inerme sui banchi del Senato da oltre un anno. Tutt’altro che perfetto, il DDL S.1271 del 27/02/2014 porrebbe quanto meno una netta distinzione tra home restaurant e ristoranti professionali, identificando i primi come “attività volta a mantenere viva non soltanto l’ospitalità tipica del luogo, ma anche le tradizioni culinarie, attraverso antiche ricette che caratterizzano la singola città, senza trascurare gli aspetti di natura sociologica insiti nella convivialità domestica”. Insomma, non ristorazione, ma semplice social eating.

pizza_home_restaurant

Nella speranza che l’Italia segua le orme di altri Paesi, dove la ristorazione privata si pone da anni in termini non di opposizione bensì di complementarietà a quella professionale (un po’ come i bed and breakfast rispetto alle strutture alberghiere), gli home restaurant continuano a proliferare inarrestabili, sull’onda di una fermento di social sharing figlio di questa crisi e speranza di un futuro più sostenibile. Perché tarpare le ali a un fenomeno che non solo esalta il territorio e rispolvera una tradizione di cui troppo spesso si perde traccia, ma costituisce al contempo un’opportunità occupazionale preziosa in un contesto economico e lavorativo sempre più claudicante, sembra a tutt’oggi, se non una follia, sicuramente un difetto di lungimiranza. Al momento quindi, è possibile sopperire a questa problematica con le associazioni culturali che offrono lo stesso servizio e vi consigliamo a Catania la Federico II che organizza lezioni di cucina ma anche pranzi e cene nella sede proprio sopra lo storico mercato del pesce “A Piscaria”.

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